Antonio Cianciullo Blog l'Ecologico

E’ ora di cambiare.

Mi occupo di ambiente come giornalista dal 1980. Ho scritto qualche libro, l’ultimo è “Un pianeta ad aria condizionata”. E credo che sia arrivato il momento di cambiare passo.
Per smettere di addentare in modo bulimico il pianeta non bastano i notai dei disastri, ci vogliono romanzi, film, serie TV che aiutino a costruire un immaginario quotidiano in linea con la nuova realtà, quella in cui rischiamo di finire vittime di noi stessi. Questo cambiamento fa bene all’ambiente, rilancia l’economia, rafforza la coesione sociale. Vogliamo cominciare ?

Cosa sto facendo

Un pianeta ad aria condizionata

Un pianeta ad aria condizionata

Siamo entrati nel secolo caldo. L’aumento della temperatura, a una velocità mai sperimentata nella storia, sta alterando il nostro immaginario, la vita quotidiana, le migrazioni, il concetto di sicurezza.
Alla Carica!

Alla Carica!

Possiamo continuare a chiuderci in auto che sono sempre più intrappolate nel traffico e scaricano fumi che ci soffocano? Oppure la novità delle nostre vite è che molti di noi possono fare a meno dell’auto privata e quindi chiedere che ci siano più car sharing, più bici, più mezzi pubblici efficienti? E, visto che ci siamo, perché queste auto devono andare a carburanti fossili?
TES – Transizione Ecologica Solidale

TES – Transizione Ecologica Solidale

La vecchia idea di una crescita economica continua come base di un benessere più esteso, a prescindere dai limiti posti dalla natura, è andata a sbattere contro il muro di una lunga crisi di sistema. Costruiamo un progetto che tenga assieme ambientalismo e solidarietà.
Circular economy network

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Le principali news dal mondo dell’economia circolare, le attività e gli eventi del Network e dei suoi aderenti, le storie delle aziende virtuose che hanno successo. Il rapporto annuale sull’economia circolare.

Il BLOG

Il futuro è in sharing

L’EMERGENZA CORONAVIRUS SEGNA UN PRIMA E UN DOPO, TANTE LE SFIDE PER LA “CONDIVISIONE” MA VINCERLE SI PUÒ. LO SPECIALE DI “ALLA CARICA!” SULLA SHARING MOBILITY

“Sharing”. Fino al febbraio scorso questa parola ci proiettava in un mondo amichevole e seduttivo, pensato in inglese (pur disponendo del validissimo “condividere”) perché la dimensione della scommessa è globale. Nelle città più avanzate molti giovani – e anche alcuni diversamente giovani – cominciavano a ritenere di cattivo gusto accumulare oggetti, invece di concentrarsi sulle funzioni assicurate da quegli oggetti, finendo così per occupare molti più spazi e molte più risorse del necessario.

La mentalità sharing si stava diffondendo in varie forme: dalla condivisione di case al tempo (attraverso lo scambio di ore di lavoro) e naturalmente alla mobilità. Perché comprare e gestire mezzi di trasporto privati per le varie esigenze (picchi di traffico, spostamenti quotidiani, vacanze) quando è più facile e conveniente utilizzare flotte con ampia scelta di veicoli che non richiedono manutenzione, bolli, assicurazioni, pagamento di parcheggi?

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Ora la transizione ecologica, se sbagliamo adesso sarà un errore micidiale

I motivi di preoccupazione determinati dalla pandemia non mancano. Se ne è parlato molto: dunque conviene saltarli e cominciare a preoccuparsi là dove tanti si sono rallegrati. L’aria più pulita, le acque di Venezia di nuovo limpide, la natura che ha preso forza durante il lockdown. Tutto ciò può essere interpretato come un segnale positivo?

Per rispondere sì bisogna porsi all’interno del quadro culturale che ha determinato il problema: la contrapposizione uomo-natura. Ovviamente dal punto di vista storico questa contrapposizione è un dato di fatto: la progressiva espansione dei sapiens è avvenuta a spese dell’equilibrio degli ecosistemi. L’intervento umano ha modificato significativamente il 75% delle terre emerse, ha distrutto l’85% delle zone umide, sta innescando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta e sta producendo un aumento della temperatura che, al ritmo attuale, porterà nel secolo in corso a una crescita di 3-4 gradi. Questa è la situazione che ha segnato il ventesimo secolo. E il neologismo antropocene dà la misura del segno impresso sul pianeta da un sistema economico basato sui combustibili fossili e su un’idea lineare e progressiva della crescita.

Oggi però la situazione è diversa. La comunità scientifica ha aumentato il pressing per bloccare le emissioni serra che hanno già iniziato a peggiorare la nostra vita facendo crescere vittime e danni causati da eventi estremi come alluvioni, siccità prolungate, incendi, uragani. I millennials dei Fridays for Future si sono presi le piazze di oltre cento Paesi chiarendo come la pensano i protagonisti di questo secolo. Il fronte delle associazioni, delle amministrazioni, delle istituzioni, delle imprese schierate a favore della sicurezza climatica si è allargato riuscendo a esercitare dal basso una pressione efficace anche in situazioni difficili come quelle che vivono gli Stati Uniti con Trump.

Papa Francesco, dall’enciclica Laudato sì al sinodo sull’Amazzonia, ha fatto della giustizia ambientale uno degli assi del suo pontificato, sottolineando il costo che pagano i più poveri e usando parole chiare per evidenziare le priorità: “E’ diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile. Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione”.

Dunque la drammatica accelerazione della crisi climatica ha dato forza all’idea di una transizione ecologica solidale, cioè di un modello capace di rimettere in discussione contemporaneamente gli equilibri ambientali e quelli politici. In questo contesto assegnare un valore positivo ai precari segnali di recupero della natura durante la pausa forzata prodotta dalla pandemia significa non aver colto due elementi fondamentali.

Il primo elemento è una minaccia. La decongestione dello smog avvenuta per caso può diventare un boomerang: una ripresa accelerata seguendo il vecchio modello può finire per peggiorare l’inquinamento dando un colpo micidiale allo stato di salute degli italiani (ci sono oltre 60 mila morti di “routine” per l’aria malata). Lo dimostrano i dati dell’ultima grande crisi finanziaria: nel 2009 un calo del PIL globale di circa l’1,7% si è tradotto in un calo delle emissioni dell’1,2%, ma già l’anno successivo con un PIL a +4,3% le emissioni sono rimbalzate a +5,8%” (rapporto “10 key trend sul clima”, realizzato da Italy for Climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile).

Il secondo elemento è una speranza. Il lockdown globale ha determinato un’interruzione di continuità nel meccanismo produttivo, una frattura che difficilmente potrà essere sanata tornando meccanicamente alla situazione pre pandemia. Si può arretrare, come suggerisce chi vuole fare un falò delle norme di protezione ambientale e tornare all’era del carbone e dell’economia lineare. Ma si può anche immaginare un’accelerazione positiva: gli ingenti fondi che verranno messi in campo per la ripresa ci danno la possibilità di cambiare marcia, di rilanciare. Di puntare a una sicurezza a tutto campo elaborando una difesa unica rispetto alle varie facce della crisi: economica, ambientale, climatica, sanitaria, sociale. Provare a dare una risposta separata a ognuno di questi problemi significherebbe prosciugare le casse pubbliche e rischiare di aggravare il quadro generale con risposte sbilanciate. Mentre il Green Deal è il percorso che può consentirci di migliorare la qualità dell’ambiente e quella della società. L’aria può tornare pulita a lungo grazie al lavoro umano, invece che per qualche mese grazie al fallimento sociale.

Il covid-19 e gli altri virus

Al momento non sappiamo quando la battaglia contro il coronavirus sarà vinta. Ma quello che possiamo dire è che debellarlo ci farà tirare un grosso respiro di sollievo ma non basterà per metterci al sicuro: le minacce sanitarie legate alla globalizzazione e alla crisi climatica rendono necessario un cambiamento strutturale dei sistemi di difesa della salute. Per anni abbiamo tagliato posti letto pensando di risparmiare. Oggi scopriamo che non è stato un buon affare. E, leggendo il rapporto sul clima nel 2019 che l’Organizzazione meteorologica mondiale ha appena divulgato, abbiamo la misura di quello che ci aspetta.

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