Antonio Cianciullo Blog l'Ecologico

E’ ora di cambiare.

Mi occupo di ambiente come giornalista dal 1980. Coordino Terra, il canale sull’ambiente dell’Huffington Post.

Ho scritto qualche libro, l’ultimo è “Un pianeta ad aria condizionata”. E credo che sia arrivato il momento di cambiare passo.
Per smettere di addentare in modo bulimico il pianeta non bastano i notai dei disastri, ci vogliono romanzi, film, serie TV che aiutino a costruire un immaginario quotidiano in linea con la nuova realtà, quella in cui rischiamo di finire vittime di noi stessi. Questo cambiamento fa bene all’ambiente, rilancia l’economia, rafforza la coesione sociale.

Vogliamo cominciare?

Cosa sto facendo

Un pianeta ad aria condizionata

Un pianeta ad aria condizionata

Siamo entrati nel secolo caldo. L’aumento della temperatura, a una velocità mai sperimentata nella storia, sta alterando il nostro immaginario, la vita quotidiana, le migrazioni, il concetto di sicurezza.
Terra

Terra

La cura per la malattia del clima procede al rallentatore. Perché ci sono lobby che frenano. Ma anche perché la riconversione green viene spesso presentata come un obbligo gravoso, una rinuncia, un peso. Serve una comunicazione capace di trovare legami, di ricostruire connessioni, di fornire al Paese uno specchio che lo aiuta a orientarsi. Con Terra ci stiamo provando.
Alla Carica!

Alla Carica!

Possiamo continuare a chiuderci in auto che sono sempre più intrappolate nel traffico e scaricano fumi che ci soffocano? Oppure la novità delle nostre vite è che molti di noi possono fare a meno dell’auto privata e quindi chiedere che ci siano più car sharing, più bici, più mezzi pubblici efficienti? E, visto che ci siamo, perché queste auto devono andare a carburanti fossili?
TES – Transizione Ecologica Solidale

TES – Transizione Ecologica Solidale

La vecchia idea di una crescita economica continua come base di un benessere più esteso, a prescindere dai limiti posti dalla natura, è andata a sbattere contro il muro di una lunga crisi di sistema. Costruiamo un progetto che tenga assieme ambientalismo e solidarietà.

Il BLOG

Petrolio, avorio, rapimenti: le bande del Virunga, dove sono morti gli italiani

Isabella Pratesi, Wwf, spiega perché le bande di predatori tengono la regione del Congo in ostaggio

ANSA
Congo

Il Virunga è una regione di una bellezza mozzafiato. Ma la sicurezza è come il meteo, cambia in continuazione e le previsioni non riescono ad arrivare ai dettagli. Decine di milizie si contendono quest’area vitale del territorio del Congo e migliaia di irregolari, spesso giovanissimi, si riversano come onde che vanno e vengono controllando a turno strade e gruppi abitati.

“Muoversi in quell’area è spesso un rischio concreto”, racconta Isabella Pratesi. Come direttore del programma di conservazione del Wwf ha fatto a lungo la spola tra Roma e Goma, la cittadina da cui si parte per visitare le foreste dove ancora vivono i silverback, gorilla di montagna a cui ci si può avvicinare solo dopo ore di cammino, sotto la guida di uno dei biologi che avevano fatto di quest’area un punto di forza del turismo natura.

“E’ una battaglia durissima”, spiega Isabella Pratesi. “Perché da una parte il parco, aiutato dal nostro lavoro sul campo cominciato negli anni ’60, ha creato ricchezza, ha permesso di costruire scuole e ospedali per le comunità locali: un gorilla rende in termini di turismo sostenibile tra 400 e 500 dollari l’anno. E da quelle parti è molto. Ma dall’altra parte la pressione dei ribelli è fortissima. Sono gruppi che si autofinanziano saccheggiando tutto quello che noi vogliamo proteggere. Tagliano gli alberi per trasformarli in carbone vegetale. Uccidono gli elefanti per rubare le zanne. Massacrano i gorilla per rivendere la carne sul mercato locale. Rapiscono stranieri per tentare di ottenere un riscatto. E poi ci sono le manovre per impossessarsi delle miniere di coltan, ingrediente base del cellulare che teniamo in tasca, e delle riserve di petrolio”.

Negli anni lisci, quando il turismo gira per il verso giusto, l’economia buona riesce a battere quella cattiva. I gruppi di silverback diventano attrazioni popolari, le coppie che i biologi lentamente abituano alla discreta presenza dei visitatori hanno un nome come le star e la vista di queste enormi scimmie dal dorso argentato, 200 chili di muscoli che strappano arbusti come fossero paglie per sgranocchiarne le cime, non si dimentica. Ma basta poco perché il vento cambi.

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Il futuro è in sharing

L’EMERGENZA CORONAVIRUS SEGNA UN PRIMA E UN DOPO, TANTE LE SFIDE PER LA “CONDIVISIONE” MA VINCERLE SI PUÒ. LO SPECIALE DI “ALLA CARICA!” SULLA SHARING MOBILITY

“Sharing”. Fino al febbraio scorso questa parola ci proiettava in un mondo amichevole e seduttivo, pensato in inglese (pur disponendo del validissimo “condividere”) perché la dimensione della scommessa è globale. Nelle città più avanzate molti giovani – e anche alcuni diversamente giovani – cominciavano a ritenere di cattivo gusto accumulare oggetti, invece di concentrarsi sulle funzioni assicurate da quegli oggetti, finendo così per occupare molti più spazi e molte più risorse del necessario.

La mentalità sharing si stava diffondendo in varie forme: dalla condivisione di case al tempo (attraverso lo scambio di ore di lavoro) e naturalmente alla mobilità. Perché comprare e gestire mezzi di trasporto privati per le varie esigenze (picchi di traffico, spostamenti quotidiani, vacanze) quando è più facile e conveniente utilizzare flotte con ampia scelta di veicoli che non richiedono manutenzione, bolli, assicurazioni, pagamento di parcheggi?

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Ora la transizione ecologica, se sbagliamo adesso sarà un errore micidiale

I motivi di preoccupazione determinati dalla pandemia non mancano. Se ne è parlato molto: dunque conviene saltarli e cominciare a preoccuparsi là dove tanti si sono rallegrati. L’aria più pulita, le acque di Venezia di nuovo limpide, la natura che ha preso forza durante il lockdown. Tutto ciò può essere interpretato come un segnale positivo?

Per rispondere sì bisogna porsi all’interno del quadro culturale che ha determinato il problema: la contrapposizione uomo-natura. Ovviamente dal punto di vista storico questa contrapposizione è un dato di fatto: la progressiva espansione dei sapiens è avvenuta a spese dell’equilibrio degli ecosistemi. L’intervento umano ha modificato significativamente il 75% delle terre emerse, ha distrutto l’85% delle zone umide, sta innescando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta e sta producendo un aumento della temperatura che, al ritmo attuale, porterà nel secolo in corso a una crescita di 3-4 gradi. Questa è la situazione che ha segnato il ventesimo secolo. E il neologismo antropocene dà la misura del segno impresso sul pianeta da un sistema economico basato sui combustibili fossili e su un’idea lineare e progressiva della crescita.

Oggi però la situazione è diversa. La comunità scientifica ha aumentato il pressing per bloccare le emissioni serra che hanno già iniziato a peggiorare la nostra vita facendo crescere vittime e danni causati da eventi estremi come alluvioni, siccità prolungate, incendi, uragani. I millennials dei Fridays for Future si sono presi le piazze di oltre cento Paesi chiarendo come la pensano i protagonisti di questo secolo. Il fronte delle associazioni, delle amministrazioni, delle istituzioni, delle imprese schierate a favore della sicurezza climatica si è allargato riuscendo a esercitare dal basso una pressione efficace anche in situazioni difficili come quelle che vivono gli Stati Uniti con Trump.

Papa Francesco, dall’enciclica Laudato sì al sinodo sull’Amazzonia, ha fatto della giustizia ambientale uno degli assi del suo pontificato, sottolineando il costo che pagano i più poveri e usando parole chiare per evidenziare le priorità: “E’ diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile. Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione”.

Dunque la drammatica accelerazione della crisi climatica ha dato forza all’idea di una transizione ecologica solidale, cioè di un modello capace di rimettere in discussione contemporaneamente gli equilibri ambientali e quelli politici. In questo contesto assegnare un valore positivo ai precari segnali di recupero della natura durante la pausa forzata prodotta dalla pandemia significa non aver colto due elementi fondamentali.

Il primo elemento è una minaccia. La decongestione dello smog avvenuta per caso può diventare un boomerang: una ripresa accelerata seguendo il vecchio modello può finire per peggiorare l’inquinamento dando un colpo micidiale allo stato di salute degli italiani (ci sono oltre 60 mila morti di “routine” per l’aria malata). Lo dimostrano i dati dell’ultima grande crisi finanziaria: nel 2009 un calo del PIL globale di circa l’1,7% si è tradotto in un calo delle emissioni dell’1,2%, ma già l’anno successivo con un PIL a +4,3% le emissioni sono rimbalzate a +5,8%” (rapporto “10 key trend sul clima”, realizzato da Italy for Climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile).

Il secondo elemento è una speranza. Il lockdown globale ha determinato un’interruzione di continuità nel meccanismo produttivo, una frattura che difficilmente potrà essere sanata tornando meccanicamente alla situazione pre pandemia. Si può arretrare, come suggerisce chi vuole fare un falò delle norme di protezione ambientale e tornare all’era del carbone e dell’economia lineare. Ma si può anche immaginare un’accelerazione positiva: gli ingenti fondi che verranno messi in campo per la ripresa ci danno la possibilità di cambiare marcia, di rilanciare. Di puntare a una sicurezza a tutto campo elaborando una difesa unica rispetto alle varie facce della crisi: economica, ambientale, climatica, sanitaria, sociale. Provare a dare una risposta separata a ognuno di questi problemi significherebbe prosciugare le casse pubbliche e rischiare di aggravare il quadro generale con risposte sbilanciate. Mentre il Green Deal è il percorso che può consentirci di migliorare la qualità dell’ambiente e quella della società. L’aria può tornare pulita a lungo grazie al lavoro umano, invece che per qualche mese grazie al fallimento sociale.