Antonio Cianciullo Blog l'Ecologico

E’ ora di cambiare.

Mi occupo di ambiente come giornalista dal 1980. Ho scritto qualche libro, l’ultimo è “Ecologia del desiderio”. E credo che sia arrivato il momento di cambiare passo.
Per smettere di addentare in modo bulimico il pianeta non bastano i notai dei disastri, ci vogliono romanzi, film, serie TV che aiutino a costruire un immaginario quotidiano in linea con la nuova realtà, quella in cui rischiamo di finire vittime di noi stessi. Questo cambiamento fa bene all’ambiente, rilancia l’economia, rafforza la coesione sociale. Vogliamo cominciare ?

Cosa sto facendo

Ecologia del desiderio

Ecologia del desiderio

Per arginare il collasso degli ecosistemi serve un progetto largamente condiviso, capace di muovere i grandi numeri, ma da mezzo secolo gli ecologisti vincono nella gara della paura e perdono in quella della speranza. È ora di passare alla seduzione della proposta.
Alla Carica!

Alla Carica!

Possiamo continuare a chiuderci in auto che sono sempre più intrappolate nel traffico e scaricano fumi che ci soffocano? Oppure la novità delle nostre vite è che molti di noi possono fare a meno dell’auto privata e quindi chiedere che ci siano più car sharing, più bici, più mezzi pubblici efficienti? E, visto che ci siamo, perché queste auto devono andare a carburanti fossili?
TES – Transizione Ecologica Solidale

TES – Transizione Ecologica Solidale

La vecchia idea di una crescita economica continua come base di un benessere più esteso, a prescindere dai limiti posti dalla natura, è andata a sbattere contro il muro di una lunga crisi di sistema. Costruiamo un progetto che tenga assieme ambientalismo e solidarietà.
Circular economy network

Circular economy network

Le principali news dal mondo dell’economia circolare, le attività e gli eventi del Network e dei suoi aderenti, le storie delle aziende virtuose che hanno successo. Il rapporto annuale sull’economia circolare.

Il BLOG

“Dalla parte della foresta amazzonica per dare un senso al progresso, anche agricolo”

Il teologo Paolo Benanti parla del Sinodo sull’Amazzonia previsto dal 6 al 27 ottobre: “La biodiversità e la varietà genetica offrono risposte alla crisi climatica e alla fame”

Il picco di incendi in Amazzonia che ha seguito l’elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile ha inevitabilmente attirato l’attenzione dei media sull’attacco che sta subendo la più importante foresta pluviale del pianeta. È un allarme che corrisponde alla portata del rischio: si profila una catastrofe ambientale globale, un’accelerazione drammatica della crisi climatica. Guardare a questo disastro in una chiave esclusivamente ambientale sarebbe però un errore culturale che finirebbe per moltiplicare il danno. Quei roghi di alberi somigliano a quelli dei libri bruciati in Fahrenheit 451 non solo perché è una biblioteca di conoscenze che va in fumo, ma anche perché assieme alla foresta arretrano i diritti civili, l’omofobia diventa sempre più aggressiva arrivando alla censura di testi durante le fiere, i leader scomodi vengono eliminati fisicamente.

C’è un nesso evidente tra la pressione delle ruspe che si fanno strada tra le ceneri di alberi secolari e le stragi degli indios che abitavano tra quegli alberi. Ma c’è un altro nesso meno evidente che sostiene il primo: quello tra i risultati straordinari ottenuti dal mondo occidentale e l’idea di una superiorità a 360 gradi della cultura che li ha espressi. Se non si apre un dibattito su quest’ultima equivalenza, se non si indaga il terreno scomodo di affermazioni da cui non è così facile prendere le distanze, si rischia di lasciare campo libero ai sicari armati dai fazendeiros, i latifondisti che in nome del progresso convertono la foresta pluviale in soia geneticamente modificata. Opporsi alla barbarie dell’assalto ai nativi è certamente un dovere etico, ma conviene chiedersi: quei popoli custodiscono la conoscenza di un diverso rapporto con il mondo di cui sarebbe pericoloso fare a meno?

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La colpa dello smog? E’ del vicino

Nella pianura padana si concentrano il 40% della popolazione italiana, oltre il 50% del Pil nazionale e picchi di inquinamento rilevati dai principali rapporti internazionali. Azioni virtuose in singole città (ad esempio Milano che negli ultimi anni si è impegnata a fondo nella lotta contro lo smog) non bastano perché la conformazione orografica e le particolari condizioni meteoclimatiche del bacino padano rendono particolarmente difficile la dispersione degli inquinanti, provocando superamenti dei valori limite per polveri sottili, ossidi di azoto e ozono. Qualche segnale di miglioramento c’è, ma è insufficiente.

Come se ne esce? Basterebbe un po’ di buon senso per indicare la direzione di marcia: un’intesa tra le varie Regioni per offrire soluzioni di mobilità confortevole a basso impatto inquinante e un uso sempre più diffuso di sistemi di riscaldamento e raffrescamento a basse emissioni.

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Una giraffa nel mirino

Il primato non porta bene agli animali. Il più grande mammifero del pianeta è stato a un passo dall’estinzione e tuttora non se la passa affatto bene, con i giapponesi che hanno ricominciato a usare gli arpioni in modo più sistematico per rubare un sushi di balena in più. I più grandi mammiferi terrestri, gli elefanti, continuano a essere visti come trasportatori di zanne, da prendere alla prima occasione per farne statuette e portachiavi. E anche il più alto, la giraffa – o meglio le giraffe visto le specie sono quattro – è nel mirino.

L’allarme è arrivato in occasione della Giornata mondiale della giraffa (una giornata di celebrazioni non si nega a nessuno, possibilmente priva di conseguenze logiche).

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